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Autore: Admin
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Il ritorno delle imprese in Italia: dall’offshoring al reshoring.
Il processo di delocalizzazione, motivato e spinto dalla ricerca di una più favorevole fiscalità e dalla ricerca di manodopera sottopagata, nel corso del tempo ha portato ad una significativa desertificazione di imprese nei distretti industriali del nord ma anche del meridione.
Le condizioni che da circa una trentina di anni spingono molte imprese italiane a delocalizzare (off-shoring) i processi produttivi sembrano segnare tuttavia una inversione di tendenza. Si sta passando da un fenomeno di delocalizzazione ad un fenomeno di rilocalizzazione (re-shoring) manifatturiera ed industriale. Si osserva il ritorno nel paese di origine di attività spostate all’estero.
Varie le ragioni. Principalmente, per le nostre pmi, i costi logistici di trasporto sono via via aumentati in modo considerevole e, al contempo, il costo del lavoro e della manodopera nell’area dell’est Europa ed in paesi asiatici come la Cina hanno subito un rialzo tale da ridurre sempre più il divario tra il costo del lavoro europeo ed asiatico. Ancora, la qualità e le competenze che le nostre aziende ricercano e che faticano a trovare in determinati paesi di destinazione. Il prodotto certificato italiano, non per nulla, è percepito come avente maggior valore e per il quale il cliente internazionale è disposto a pagare anche un alto prezzo.
Il rientro in Italia della produzione ha indubbi riflessi diretti sulla ripresa del mercato del lavoro (vista come cessazione della perdita di posti di lavoro e probabilmente vista anche come opportunità per creare nuova occupazione), e può rappresentare una opportunità per il potenziamento del brand “Made in Italy”, che ancora ci distingue nel mondo, attraverso la realizzazione sul territorio di lavorazioni e di prodotti di alta gamma per i quali il nostro Paese è globalmente noto ed apprezzato e su cui deve puntare in un’ottica competitiva di presenza e di presidio nei mercati internazionali.
L’Italia supera la media europea per numero di rimpatri pur in assenza di significative misure economico-finanziarie, nonché fiscali-lavoristiche, tali da supportare e favorire il rientro della produzione. Contrariamente agli Stati Uniti, che hanno varato misure di supporto volte alla defiscalizzazione e alla concessione di benefici al fine di riportare indietro aziende ed interi segmenti produttivi, tra cui colossi globali come Apple e Ford.
In un panorama di cambiamento all’orizzonte, si torna a scommettere sull’Italia, dunque. Ma occorre poter sfruttare adeguatamente e strategicamente il nostro ecosistema imprenditoriale ed essere competitivi, sui mercati esteri e ritornare a crescere rapidamente sul mercato interno, con misure di sostegno alla produzione, con una fiscalità accettabile, con una burocrazia più leggera, con la tutela delle specializzazioni dei nostri lavoratori a partire dalla formazione universitaria, con l’incentivazione delle nuove tecnologie e del miglioramento continuo del prodotto, con interventi volti a favorire le aggregazioni tra imprese e le potenzialità del “fare sistema”.
Rating di legalità: il rispetto delle regole quale fattore distintivo e qualificante.
Introdotto nel 2012, con la Legge n. 27 del 24 marzo 2012 e successivamente rivisto e migliorato fino alla recente pubblicazione della nuova versione del Regolamento attuativo, tale strumento favorisce e incoraggia l’adozione di valori e comportamenti etici e sociali improntati al rispetto della legalità da parte delle imprese e alla sensibilizzazione e allo sviluppo di una “cultura della legalità”.
Si tratta di un meccanismo volto a premiare le aziende nell’accesso a credito bancario, che in un momento di stretta creditizia come è quello attuale, necessariamente si trova a doversi adeguare e ad essere maggiormente sensibilizzato nei rapporti con gli imprenditori rispettosi delle leggi. Ancora, volte a permettere l’ottenimento di agevolazioni finanziarie in genere, intese anche come bonus fiscali e crediti d’imposta. Infine, adeguato al fine di consentire la partecipazione e gestione più favorevole e semplificata degli appalti sotto forma di preferenze in graduatoria e riserva di una quota delle risorse finanziarie disponibili.
Indubbiamente opportuno puntare dunque sul rispetto di protocolli di legalità e sullo strumento del rating di legalità.
Con il “rating di legalità”, che costituisce una sicuramente una nuova opportunità per le imprese in un’ottica di sviluppo virtuoso ma anche, come infra descritto, uno meccanismo di selezione, si è voluto istituire un nuovo strumento di qualificazione aziendale, inteso anche come valorizzazione di modalità di gestione e organizzazione in funzione del D.Lgs. n. 231/2001.
In buona sostanza, attraverso l’adozione e successiva valutazione sotto forma di controllo preventivo da parte delle Autorità preposte del possesso di requisiti etici e legali, tecnici e finanziari adottati dall’impresa nella propria organizzazione, prassi commerciale, rapporti con le istituzioni e i terzi in genere, si può giungere ad un importante riconoscimento all’imprenditore meritevole e responsabile, che sceglie di operare nella correttezza e nella trasparenza, attraverso l’adesione a dei protocolli di legalità, con immediate e dirette ripercussioni positive sul livello di prestigio aziendale e sul grado di affidamento pubblico e privato.
Sotto il profilo operativo, potranno richiedere l’attribuzione della certificazione di qualità le imprese operative sul territorio nazionale che:
− abbiano raggiunto un fatturato minimo di due milioni di euro nell’esercizio chiuso l’anno precedente alla richiesta di rating, riferito alla singola impresa o al gruppo di appartenenza, risultante da un bilancio regolarmente approvato dall’organo aziendale competente e pubblicato ai sensi di legge,
− siano iscritte al registro delle imprese da almeno due anni,
− non presentino cause di esclusione.
Il rating di legalità ha durata di due anni dal rilascio ed è rinnovabile su richiesta. In caso di perdita di uno dei requisiti base viene disposta la revoca del rating. Se vengono meno i requisiti grazie ai quali l’azienda ha ottenuto un rating più alto viene ridotto il grado di riconoscimento.
L’Autorità mantiene aggiornato sul proprio sito l’elenco delle imprese cui il rating di legalità è stato attribuito, sospeso, revocato, con la relativa decorrenza. Stante la pubblica e generale visibilità, questo sistema assicura la trasparenza nei confronti del mercato, della concorrenza e dei competitors, circa il possesso del rating e le possibili vicende modificative. La pubblicazione di un’eventuale sospensione o revoca del rating ha evidentemente e correlativamente un impatto negativo sull’immagine dell’impresa interessata.
European data protection o codice europeo della privacy.
Il 4 maggio 2016, sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea (GUUE) i testi del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali e della Direttiva che regola i trattamenti di dati personali nei settori di prevenzione, contrasto e repressione dei crimini.
Il 5 maggio 2016 è entrata ufficialmente in vigore la Direttiva, che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro 2 anni.
Il 24 maggio 2016 è entrato ufficialmente in vigore il Regolamento.
Il tutto si presenta come un insieme di regole e di prescrizioni complesso, volto a disciplinare la protezione dei dati in un contesto transfrontaliero di scambi. Con l’obiettivo di fornire un quadro coerente e sistematico per l’armonizzazione e la circolazione dei dati personali, per il trattamento pubblico e privato di dati medesimi nel territorio dell’Unione.
La disciplina affronta e regola in maniera più specifica di quanto non sia stato fatto finora dalle norme interne nazionali, anche il traffico dei dati in ambito digital che è notoriamente ritenuto non scevro di insidie.
L’impianto normativo europeo prevede in taluni casi la riproduzione della normativa esistente, in altri casi l’integrazione e la modifica, nonché l’introduzione di nuovi istituti. Di fronte a tutto dovranno confrontarsi professionisti, enti, soggetti privati e imprese, operatori in genere.
Molto sinteticamente, tra le novità principali: il c.d. diritto all’oblio, la figura c.d. Data Protection Officer (“DPO”) o responsabile della protezione dei dati (similarmente a quanto previsto dalla normativa 231/01), il diritto alla portabilità dei dati, le notificazioni delle violazioni alle autorità nazionali e anche agli stessi utenti nei casi più gravi (data breaches), l’introduzione del registro delle attività di trattamento, la valutazione di impatto sulla protezione dei dati, le modalità di accesso ai propri dati personali più facili per gli interessati, il meccanismo del “one-stop-shop”, con il quale le imprese avranno a che fare con un’unica autorità di vigilanza, e il concetto di “privacy by design” nonché di “privacy by default”.
Si tratta di un complesso di norme potenzialmente in grado di assicurare maggior tutela per il soggetto interessato dal trattamento dei dati, caratterizzate da particolare rigore, da adempimenti corredati da sanzioni aumentate rispetto a quanto attualmente siamo sottoposti.
Le aziende avranno sempre più necessità di avvalersi di professionisti preparati per dialogare tra una nazione e l’altra sotto l’applicazione di un unico corpo normativo; che, si badi, dovrà essere rispettato anche dalle aziende che hanno sede al di fuori dell’Unione Europea.
L’apporto del professionista e in particolare del legale risulta di primario rilievo e fondamentale per sovraintendere tutti i processi che riguardino il trattamento delle informazioni all’interno dell’azienda, per l’adeguata analisi dei rischi, per l’accompagnamento nelle attività di profilazione e per individuare limiti e garanzie. Non ultimo, per l’esercizio di diritti a tutela che le norme permettono.
Prima di concludere, una breve nota statistica. Da ricerca e rapporto Censis si registra come il 96,2% degli italiani ritenga la riservatezza un “diritto inviolabile” e il 93% abbia timore di vedere attaccata la propria privacy on line. Si deduce la sentita necessità di adottare regole di protezione più stringenti e protezionistiche, nelle previsioni e nelle sanzioni.
In conclusione, siamo di fronte a un evidente mutamento nell’approccio al tema privacy attraverso l’introduzione di un obbligo di compliance. Nei due anni che ci separano dall’entrata in vigore, una volta avvenuto l’adeguamento da parte del legislatore italiano alle nuove norme che andranno a sostituire il vigente codice privacy italiano dopo ben diciannove anni dalla sua prima entrata in vigore, si tratterà indi di portare alla pratica applicazione il complesso previsionale di norme, superati i problemi di coordinamento e di interpretazione giuridica che inevitabilmente si porranno.
Le attuali norme europee di riferimento:
– Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).
– Direttiva (UE) 2016/680 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la decisione quadro 2008/977/GAI del Consiglio.
